Narrazione 2.0: Dalle culture partecipative di Jenkins al pianto degli elefanti del National Geographic

Oggi mi trovavo ad Urbino per un incontro sulle “nuove comunità e narrazioni pop al tempo della rete”, con ospiti e relatori due membri del gruppo Wu Ming.

Devo ammettere la mia totale ignoranza sul chi fossero, per lo meno fino a questo pomeriggio. Tralascio il “momento wikipedia” per esporre subito i punti che mi sono sembrati più interessanti.

Innanzitutto il modus operandi del gruppo: raccontare storie attraverso mezzi diversi, coinvolgendo il pubblico rendendolo di fatto lettore e contestualmente autore. Terminata la lettura delle opere è possibile per ognuno definirne gli sviluppi, approfondirne delle parti o riscriverne altre. Il tutto reso pubblico e fruibile in modo assolutamente gratuito, a partire dai testi stessi del collettivo.

Il principio del libero download di tutto il materiale è parte integrante della politica della Wu Ming Foundation: abbattere i diritti d’autore, rendendo possibile la riproduzione totale dei libri senza fini commerciali. E’ un enorme passo in avanti che ribalta la logica delle case di produzione, secondo cui ogni file scaricato corrisponde ad una copia rimasta invenduta sugli scaffali; il download dunque come mezzo di diffusione, con cui paradossalmente aumentare le vendite (ci ho provato a leggere dal notebook, ma dopo due pagine ho finito i mirtilli).

Un’ulteriore questione sollevata è quanto, di un lavoro nato dal basso, si perda nella “messa in onda”; qual’è la differenza tra il prodotto di una fan culture “istituzionalizzata” ed una “allo stato brado”. La risposta sta nel mezzo, cioè nel cercare una sintesi fra le due, autoregolando la comunità. Un trucco su cui far leva è porsi in modo già straniato nei confronti della propria opera.

L’incontro è proseguito in una conversazione in cui si sono discussi diversi punti: la difficoltà delle traduzioni in lingue diverse, spesso fatte con non meglio specificate parti del corpo; il rifiuto della passività della fruizione ecc.

E fra i saluti finali, l’ombra di SuperQuark.

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5 Risposte a “Narrazione 2.0: Dalle culture partecipative di Jenkins al pianto degli elefanti del National Geographic”

  1. FG Dice:

    Resoconto molto puntuale. Se non lo hai ancora fatto ti consiglio caldamente la lettura, oltre che dei lavori dei wu ming, anche di Cultura Convergente di Henry Jenkins.

  2. iodellavita Dice:

    interessantissimo blog!

    visto che sono un’amante dei fumetti ho letto volentieri l’articolo precedente… anche se vorrei aggiungere che la ripresa dai fumetti da parte di Hollywood, a mio parere, sia un momento di scarsa creatività che ha indotto alla ricerca di nuove storie trovate poi nei fumetti…
    Credo che attualmente si possa notare la scarsa fedeltà e non buona scelta dei fumetti che hanno portato sul grande schermo…

    ovviamente ci sono le eccezioni
    (per esempio cin city e V per Vendetta)

    oppure può esserci anche un’altra spiegazione… visto che i supereroi sn nati durante il periodo di guerra fredda, e sono serviti per “saldare” l’immagine di un America forte… con la situazione attuale americana, magari è un tentativo di riconferma di un America ormai in declino…

    chi lo sa?

    ciao ciao

  3. Clinicamente Testato Dice:

    FG: sono già tutti in queue, compreso il prossimo “Fan, Blogger e Videogamers”.

    iodellavita: concordo con il fatto che la maggior parte dei film derivati dai fumetti siano fatti con i piedi.
    Fortunatamente c’è qualche eccezione (Sin City, 300) a conferma della regola.
    L’errore frequente a mio parere è concentrarsi sugli effetti speciali in modo maniacale, a discapito della storia; è vero anche che in 2 ore e poco più è impossibile inserire una continuity che dura da 40 anni (in questo caso onore al merito alla trilogia Spider-Man).
    Intanto la produzione di pellicole prosegue incessante e nei prossimi anni vedremo sui megaschermi Iron Man, Wolverine con un film tutto suo, un nuovo capitolo di Batman e (speriamo bene) Watchmen.

  4. gboccia Dice:

    resoconto perfetto, capace di dare il senso dell’aver partecipato all’incontro e di restituirne il clima.
    Consiglio anche la lettura di “Tutto quello che fa male ti fa bene” di Steven Jhonson, capace di spiegare la complessità cognitiva dello spettatore/lettore contemporaneo, e quindi la base socio-cognitiva delle fan culture.

  5. Piccole soddisfazioni « Clinicamente Testato Dice:

    [...] questo blog è stato citato nella newsletter “Giap“ dei Wu Ming, in riferimento al post dedicato ad una loro [...]

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